Tolkien, Totem e Tabù

 

24 febbraio 2008 - Su John Ronald Reuel Tolkien sono stati scritti fiumi di parole. Quantunque sistematicamente snobbato dalla critica e ancor più dagli ambienti “alti” della letteratura del Novecento, nonché da qualsivoglia antologia od enciclopedia italiana, il creatore (o meglio, sub-creatore) della Terra di Mezzo ritorna sempre come un demone – o come un re – nel momento in cui si debba affrontare un semplice dato empirico: con buona pace dei grandi totem di fine millennio (e dei loro idolatri) Tolkien risulta essere lo scrittore più letto del mondo. Per quanto incredibile possa apparire - soprattutto agli occhi di noi mediterranei, istintivamente portati a disprezzare qualunque forma d’arte che possa in qualche modo esser ricondotta alle categorie tabù di tolkien - immagine tratta da abc.net.au.jpgFantasy o Evasione – The Lord of the Rings è il libro più letto della storia dopo la Bibbia. Ergo, è il romanzo più letto della storia. Pare che al secondo posto ci sia Dracula di Bram Stoker, e questo dovrebbe far riflettere sulle tanto vilipese categorie di cui sopra.

Ma non è tutto. In Gran Bretagna, la terra che, con Joyce (irlandese, certo, ma quanto anti-irlandese, anglofilo e comunque anglofono), ha dato il primo impulso al modernismo letterario, Tolkien viene sistematicamente votato come il più grande autore del Novecento. La prima votazione fu nel 1997. Grosso scandalo. E’ impossibile, dissero in coro scrittori e critici, devono esserci stati brogli elettorali! Così il voto fu ripetuto più e più volte, negli anni successivi, alla presenza d’implacabili vigilantes e scrutatori, neanche si trattasse di elezioni democratiche in medio-oriente. Niente. Il risultato è sempre il medesimo. In tutte le librerie e biblioteche britanniche, senza eccezioni, i lettori lo piazzano sempre al primo posto.

E allora via con Howard Jacobson che definisce Tolkien “per bambini o adulti ritardati”, Susan Jeffreys che dice di non voler tenere in casa “quell’orribile cosa” e addirittura Chris Woodhead, capo del Servizio Ispezioni Scolastiche del Regno Unito, che afferma che i professori dovrebbero tenere alla larga gli studenti da quella robaccia. Preoccupante caso di Maccartismo tacitamente accettato dall’establishment culturale.

Nessuno che si preoccupi di porre le uniche domande sensate: perché tanto livore da parte di critici e letterati? E, soprattutto, perché tanto amore incondizionato da parte dei lettori a settanta anni dall’uscita del primo libro, The Hobbit? Rispondere alla prima domanda è, in fondo, semplice.

Tolkien si pone consciamente, pervicacemente agli antipodi del modernismo. Laddove la letteratura contemporanea perennemente cerca la soggettività, la frammentazione e l’indagine psicologica, Tolkien le rifiuta categoricamente in nome dell’oggettività, della linearità, dell’onniscienza del narratore e del principio secondo il quale ognuno è caratterizzato meramente dal modo in cui agisce. Che è il principio del Mito. Ciò ha portato anche alcuni dei suoi estimatori, come Ellemire Zolla (autore e “colpevole” della prima prefazione italiana al Signore degli anelli), a vedere un carattere di monoliticità nei suoi personaggi e a cercare in essa un motivo di fascinazione presso il pubblico. Ma si tratta di una lettura miope. In realtà, nella Terra di Mezzo, non esiste manicheismo e non esiste facile contrapposizione tra Bene e Male. Esiste la libertà dell’individuo di scegliere. E, se c’è una tematica portante nell’opera di Tolkien, probabilmente è proprio questa: il dovere tolkien-il signore degli anelli.jpgdella scelta morale. E’ qui che lo scrittore inglese si manifesta intenzionalmente antimoderno, sposando perfettamente sostanza e forma.

Contro James Joyce e gli altri giganti (o totem) del secolo scorso, J.R.R. Tolkien - professore di Lingua e Letteratura anglosassone ad Oxford, massimo studioso di letterature medievali e di mitologia nonché, probabilmente, massimo filologo della sua epoca - recupera quello che di più profondo c’è nei miti, nelle leggende, nelle fairy-tales antiche: l’universalità. Fedele alla propria idea di sub-creazione, inventa un secondary world riconoscibile eppure perfettamente autonomo. Inventa razze, specie e addirittura oltre dieci lingue (caso forse unico in tutta la storia della letteratura) di radice indoeuropea o ugro-finnica complete di declinazioni, modi verbali fino all’ottativo e finanche scritture diverse (nel senso di grafemi e glifi) con complicati sistemi sillabici e fonetici.

Tanto basta a far inviperire qualunque critico o letterato post-ottocentesco. A che pro un mondo secondario, dettagliato fino alla maniacalità e in cui, oltretutto, non possiamo cercare simboli psicanalitici? Non è questo il parossismo dell’evasione, l’evasione all’ennesima potenza? Sì, risponde Tolkien, ma, mentre la diserzione del combattente è cosa da condannare, l’evasione del prigioniero è cosa sacrosanta. Perché non si parla di cose quotidiane, urgenti, impellenti? Perché sono transitorie, risponde Tolkien. Io vi parlo di cose eterne. Non della luce limitata di una lampadina ma della potenza di un fulmine. Questo è il prodigio tolkieniano. Nel florilegio di letteratura fantastica britannica dell’ultimo secolo, il padre degli Hobbit si distingue per il suo essere eterno. E questa deve essere anche la ragione del suo trionfo imperituro presso lettori di ogni angolo del globo. Lettori che restano letteralmente avvinti dal suo mondo, indagandolo negli anfratti più impensabili, fondando società che esaminano minuziosamente non solo le eventuali fonti o suggestioni, ma gli idiomi, le religioni, le etnie e perfino la botanica, la geografia e la meteorologia della Terra di Mezzo.

Mentre un Charles Williams (membro degli Inklings, il gruppo letterario di Tolkien), o un Arthur Machen rielaborano la fiaba e il mito per colmarli delle proprie pulsioni di uomini moderni appena usciti dall’età vittoriana, Tolkien recupera in pieno lo spirito dei bardi, degli aedi, degli scaldi che diedero vita alle leggende antiche. Non si tratta di piegare il mito alle correnti contemporanee, come fece un John Cowper Powys, quasi prefigurando la New-Age. Si tratta di raccontare qualcosa che è stato, anche se non nel mondo come lo conosciamo. In questo senso The Lord of the Rings (come The Silmarillion, pubblicato postumo) è da accostare alla “vera verità” di Omero, non alla “sublime finzione” di Virgilio.

In un mondo che ha nietzscheianamente dettaglio della mappa della Terra di mezzo - Il Signore degli Anelli.jpgucciso Dio ma è approdato a lidi che Nietzsche non avrebbe osato immaginare, Tolkien reagisce con il Mito al tramonto del Sacro. Riprendendo i modi e i temi dell’epica celtica e di quella norrena, l’autore ci propone personaggi strettamente legati a quell’ideologia tripartita degli Indoeuropei di cui parlava Dumezil, impegnati in un antichissimo topos letterario: la catabasi. In tutte le culture mediterranee od europee si trovano eroi costretti a scendere agli inferi, ma la “calata” di Tolkien è tutta medievale e, con buona pace di chi pretende di scorgere il paganesimo germanico nello scrittore inglese (orgogliosamente cattolico), è medievale e cristiana.

Non esiste una visione manichea o Zoorastriana della lotta tra Bene e Male, né tantomeno l’idea, inaugurata probabilmente da Blake, di farsi contagiare e trarre energia dalle forze sottomondane. Non si cede nemmeno a quella “temporanea accettazione delle energie e delle passioni pericolose” suggerita da Keats. Non si celebra l’Anarca, signore della modernità. Si celebra solo il divino. Divino di cui però non si parla mai perché Tolkien compie una scelta difficile narrativamente e auto-lesionista a livello critico, ossia esclude dal racconto i tre tarli dell’uomo contemporaneo: la religione, il sesso e la politica.

Di cosa si parla allora, si chiede il critico contemporaneo? Di quello che fa la vita umana. La morte, innanzitutto, l’amore, l’amicizia, la fedeltà ai valori, la lusinga eterna del potere, la scelta sempre libera tra Bene e Male. Ma attenzione, la scelta del Bene non è mai monolitica, come pretenderebbero i detrattori, ma sempre difficile, sempre contrastata dalla tentazione che talvolta sconfigge proprio i maggiori ingegni o gli spiriti più forti. E chi sceglie il Bene lo fa sempre con la coscienza della sconfitta imminente, poiché questo mondo è sempre il regno dell’Anarca.

Si rinuncia alla vita, all’amore o al potere nell’Anti-Cerca tolkieniana. E’ questo il carattere di maggiore originalità, rispetto alle saghe antiche: qui non si cerca qualcosa che dia potere, una spada, un anello (come nei Nibelunghi) o lo stesso Graal. Qui il Potere, quello assoluto, lo si ha già in pugno ma si discende agli inferi per disfarsene. Mentre le figure di guida temporale, come Aragorn, accettano il potere (il Regno) che è destinato loro come responsabilità nei confronti della comunità, le figure di guida spirituale, come Frodo e Gandalf, lo rifiutano (l’Anello) essendo un potere oltre-umano, in quanto assoluto. Altri lo cercano in nome della scienza (Saruman) o solo del dominio perpetuo (Sauron) e si dannano per questo. Infatti, come ricorda Gandalf, nessuno è nato al servizio dell’Oscurità, neanche Sauron, il Signore del Male (ossia degli Anelli di potere). Perfino gli Orchi, un tempo, prima di essere corrotti, erano Elfi, le creature più luminose del mondo.

Il Male, in una visione agostiniana e tomistica, è non-essere. Si delinea come assenza, vuoto, anche figurativamente: l’Oscuro Signore (perennemente assente nel romanzo eppure sempre presente ) è ridotto ad un occhio di fuoco, che tutto vede ma nulla può creare. Può solo corrompere ma questo sta al libero arbitrio di chi vuole interagire con lui.

 

Stefano Pastore


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