Istantanee da calcio (quasi) di una volta
E adesso? Altro che mare, vacanze e ombrelloni! Adesso comincia l’interminabile pausa, eterna se sei tifoso di una squadra di calcio. Quando poi ne sei ossessionato – per dirla alla Nick Hornby, e chi scrive lo è – diventa ancora più dura. Ora è il turno delle domeniche che non passano mai. Di quelli che strepitano con i "finalmente" perché non possono capire. Dello stillicidio di titoloni a nove colonne che alimentano sogni di fantamercato e quindi, irrimediabilmente, alla fine ti fregano sempre. Ancor più se il tuo cuore non batte per una squadra del Nord con maglia-a-due-strisce-verticali-di-cui-una-nera. Loro sì che se la godono, pensi con un misto di rabbia e invidia. E immagini quei fantastilioni di euro che a certe latitudini sembra proprio non vogliano sbarcare. Allora per evitare che l’umore diventi nero (senza neanche la striscia di colore diverso), ti astrai e fai finta di non ascoltare notizie vere e bufale che in questo periodo si accavallano. Ma che in entrambi i casi non ti sollevano.
Rimuovi te stesso dall’ingrato ruolo di tifoso – persona sofferente per definizione – e cerchi di assumere una parvenza di professionalità. Bisogna essere sportivi e imparziali, ecchecavolo! In che modo però? Rimugini a lungo e alla fine, proprio mentre stai per perdere le speranze, si accende la classica lampadina. (Esclameresti persino "eureka!", se non corressi il rischio di essere poco credibile anche per chi ti guarda scrivere, peraltro con espressione già molto perplessa.) La lampadina si chiama "omaggio al calcio antico". Quello che porta l’inconfondibile voce roca di Sandro che interrompe l’amico-collega Enrico. O l’immagine di Paolo che alle 18 in punto tiene tutti incollati alla tv, perché fino a quell’ora i gol sono soltanto immaginati. O i numeri dall’1 all’11. O ancora le partite giocate tutte in contemporanea. O gli stadi pieni… Poi pensi che suggestione non fa rima con malinconia. E a quel punto individui fotogrammi e personaggi della stagione appena conclusa che non avrebbero sfigurato prima dell’era delle pay-tv. Anzi, ti convinci che da qualche parte i figli legittimi di quel pallone ci sono e lottano insieme a noi. Due per ogni squadra vincente, in omaggio alla professionalità (sic!).
Ed ecco che riavvolgi il nastro: quando a febbraio in serie A tutto è già ampiamente preventivabile, senti dire agli orfanelli del pre-calciopoli che l’Inter sta vincendo perché manca questo e quell’altro è penalizzato; un sussulto ti percuote. Vorresti esprimere tutta la tua solidarietà a quei giocatori che per anni sono stati scippati e presi in giro da chi apparecchiava interi campionati impunemente. E puntualizzare che oggi dominano incontrastati su ogni campo per manifesta superiorità. Poi dai moggiordomi passi a pensieri migliori, e ti vien voglia di andare da capitan Zanetti e dirgli: "Non li pensare neanche, è tutta invidia." Lo vedi correre su e giù per il campo dando sempre tutto, ti ricordi che è argentino, eppure sta lì da tredici anni e sente quella maglia come il più doc dei bauscia. Pensi alla beneficenza elargita a piene mani dal suo Presidente verso altre squadre e altri giocatori; e soprattutto a quella che, in silenzio, vede protagonista proprio Javier. Ha pazienza e, lui sì, è un signore: ne deduci che è campione due volte almeno. Poi guardi Marco Materazzi, oggi Matrix, fino a ieri brutto anatroccolo, picchiatore, inadeguato ecc. Una capocciata subita lo ha reso eroe nazionale, ma per te lo è diventato molto prima, quando ha difeso chi veniva attaccato da tutti. Mostrandosi estraneo all’applauso facile, forte delle sue idee. Godi quasi per le sue rivincite, per i trofei arrivati tardi ma vissuti fino in fondo, da protagonista sul campo. E da uomo vero fuori.
Ti affacci sull’altra Milano in festa e capisci perché gli dei del calcio non tifano nerazzurro.
Di qua il trionfo è di quelli da leccarsi i baffi: ha il duplice sapore della vendetta e dello sberleffo. Vendetta sugli inglesi con volto di Carlo Ancelotti, che due anni fa aveva rivisto i fantasmi del 1984. Due volte il Liverpool in finale, due volte partito da strafavorito, due volte beffato ai rigori. Alla terza lì dove non batte il sole arriva la nemesi: fortuna è dir poco, ma – come si dice – la stessa aiuta gli audaci. Lezioni a tutti con squadra di nonnetti, e scusate se è poco.
Lo sberleffo ha invece il volto di Massimo Ambrosini, carriera costellata da infortuni ma impreziosita dalla finale di Atene da titolare. Una vita nell’ombra culminata nel bagliore del trionfo. E nella luce, si sa, tutto risalta, compresi gli sfottò ai cugini, poco eleganti quanto si vuole, ma da tifoso. Alzi la mano chi non ha pensato che il contenuto di quello stendardo descrivesse perfettamente lo stato d’animo dei neocampioni d’Italia. E invece giù critiche e grida di scandalo. Ma gli scandali pallonari sono ben altri, la nostra memoria ne è piena, e vivaddio che non esistono solo calciatori devoti al politically correct.
Infine, ancora una festa ti dà i brividi, cominciata a Milano, ma destinata a scoppiare nella Capitale, sponda giallorossa. Sarà pure una "coppetta", snobbata dai grandi club (eppure la vincono sempre loro, strano), ma quindicimila tifosi in trasferta, diecimila all’aeroporto ad attendere la squadra, altre migliaia a strombazzare per la città, sono numeri d’altri tempi. Come quelli di Francesco Totti, più di 400 presenze e circa 200 gol, tutti con la stessa maglia. Nell’epoca dei ruffiani che la baciano dopo tre giorni di militanza e di quelli che la cambiano tre volte in un anno, lui se l’è cucita addosso. Festeggia da tifoso tra i tifosi, a dispetto di tutti gli ipocriti. E di chi ha esaurito gli argomenti (?) per criticarlo. Last but not least, Daniele De Rossi, "Capitan Futuro", ma solo perché tutti vorrebbero ancora Totti per i prossimi due secoli. Quando esulta – anche per i gol dei suoi compagni – hai paura che la vena sul collo gli scoppi, tanta è la gioia che trasmette, e lo vedi sempre metterci la faccia, specialmente quando le cose vanno male. Non scappa mai ed è pazzo d’amore per la sua Roma. Allora sei sicuro che gli attributi ci sono, accompagnati da emozioni e sentimenti. E la malinconia ti passa e concludi che anche in questo calcio qualcosa di bello c’è ancora.

Scusa Ameri se t’interrompo da quiggiù…ma ora che è finito il campionato che si fa?
Fabrizio Pastore